Famiglie “tradizionali” minacciate dai diritti LGBT: ma di cosa hanno davvero paura?

La Regione Lombardia e  la  “Festa per la famiglia tradizionale” (e la richiesta di non applicare le linee guida dell’OMS …
…  il   Comune di Verona e l’ Ordine del Giorno su   “famiglia, educazione e libertà di  espressione” (che vuole controllare insegnanti, libri, progetti educativi e media)

Ex UAGDC

Mentre alla Regione Lombardia non conoscono la parola “Inclusione”, vogliono istituire una “Festa per la famiglia tradizionale” e chiedono espressamente alle istituzioni competenti di non applicare i Documenti dell’OMS, al Comune di Verona, il Consiglio Comunale approva un Ordine del Giorno che, sbandierando la “libertà di espressione” e la “libertà di educazione dei genitori”, vorrebbe togliere la libertà di insegnamento agli insegnanti della scuola pubblica. E non solo. Al Comune di Verona sono diventati tutti in grado di leggere nel pensiero e hanno paura di un piccolo uovo alla ricerca della sua famiglia.

Andiamo con ordine, dal momento che potrebbe sembrarvi di avere le traveggole agli occhi.

Nell’ODG approvato il 23 luglio, i Consiglieri veronesi aprono il documento con una dichiarazione fantasiosissima che farebbe anche ridere, se non fosse che porta con sé conseguenze dannose.

Affermano essi: “L’art 29 della Costituzione italiana riconosce il “ruolo sociale della famiglia come società…

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Pechino +20: cosa è stato fatto davvero in Italia? Le donne chiedono chiarezza e impegno vero.

“L’Italia, rispetto al tema dell’uguaglianza di genere, ha attirato l’attenzione e le critiche delle istituzioni internazionali diverse volte negli ultimi cinque anni.
L’Italia deve fare chiarezza e impegnarsi diversamente a partire dal periodo della sua Presidenza UE al fine di rispettare gli obblighi internazionali del Paese e dimostrare un radicale cambiamento di tendenza rispetto alla responsabilità che lo Stato ha e intende assumere nei confronti di tutte le donne che vivono in Italia per promuovere la parità di genere. ” 

La IV Conferenza delle donne (Pechino, 1995)  ha individuato ambiziosi obiettivi, ancora lontani dall’essere raggiunti. “La Dichiarazione e il Programma di azione adottati alla Quarta Conferenza mondiale dell’ONU sulle donne costituiscono uno spartiacque nella politica delle donne sul piano istituzionale. La Conferenza mondiale dell’ONU raccoglie infatti nei documenti che impegnano gli Stati, i Governi, le forze economiche, sociali politiche e culturali le novità più significative dei movimenti delle donne, soprattutto le elaborazioni del femminismo del sud del mondo, incentrate sulla valorizzazione della differenza di genere come leva per una critica alle forme attuali dello sviluppo e della convivenza sociale.  …

Il Programma di azione indica gli obiettivi strategici e le iniziative che i Governi e tutti gli attori economici e sociali devono assumere e realizzare. Esso ruota attorno a tre concetti chiave: GENERE E DIFFERENZA; EMPOWERMENT; MAINSTREAMING.

I governi ogni 5 anni predispongono un rapporto sulle azioni adottate.

Il governo italiano,  dopo aver chiamato alcune associazioni di donne ad un loro contributo, a giugno ha  inviato  il rapporto privo del contributo richiesto.

“Il quadro che ne emerge  – si legge sul Rapporto sull’attuazione della Piattaforma d’Azione di Pechino Rilevazione quinquennale: 2009-2014 Cosa veramente è stato fatto in Italia  rappresenta parzialmente la realtà che vivono ogni giorno le donne in Italia. Per questo motivo, noi, diverse organizzazioni per la promozione dei diritti umani, associazioni delle donne, ong, coordinamenti sindacali e singole esperte di genere, abbiamo promosso la redazione di un nostro rapporto Pechino 2009-2014, per valutare le scelte politiche e i processi messi in atto dalle autorità italiane in merito alle 12 aree della Piattaforma di Pechino nel periodo 2009-2014, come richiesto dal documento di UNWOMEN.

Principali criticità:
– la carenza di un sistema di raccolta, analisi e diffusione di statistiche di genere, che potrebbe  consentire il monitoraggio e la valutazione delle politiche messe in atto a diversi livelli;
– l’elevato livello di povertà femminile soprattutto nelle famiglie monoparentali, nonché il
progressivo assottigliarsi del già fragile sistema di welfare;
– l’insufficiente difesa della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi;
– il basso tasso di occupazione delle donne e la generale mancanza e precarietà di lavoro sia tra le nuove generazioni sia tra le over 40;
– la questione della violenza maschile sulle donne in assenza di un complessivo ed efficace sistema di contrasto e l’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul;
– il monitoraggio dell’applicazione delle Convenzioni a partire dalla CEDAW (Convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne) e del sistema dei diritti umani delle Nazioni  Unite, nonché delle Risoluzioni dell’ONU su Donne, Pace e Sicurezza che riguardano da vicino un paese con un numero significativo di “missioni militari di pace” ed un costante flusso di arrivi di migranti, in particolare richiedenti asilo che provengono da zone di guerra e di conflitto;
– il rapporto donne e media;
– il riconoscimento delle problematiche ambientali collegate alle donne e alle loro esperienze e saperi, per garantire sicurezza sociale e risorse ambientali “pulite”e rinnovabili. …”

Leggi QUI il rapporto del Governo
Leggi QUI il rapporto delle donne.

Approfondimenti:
la piattaforma di Pechino
la convocazione della conferenza delle associazioni che hanno predisposto il rapporto ombra
un articolo di Simona Lanzoni di Fondazione Pangea Onlus che ha coordinato la rete delle donne e curato il rapporto.

I centri antiviolenza il 10 luglio faranno sentire la loro voce: ecco le richieste.

http://www.direcontrolaviolenza.it

L’associazione nazionale D.i.Re Donne in Rete, che rappresenta 67 centri antiviolenza, si mobilita contro il riparto dei finanziamenti che verrà discusso alla prossima Conferenza Stato – Regioni del 10 luglio. Saremo presenti per far sentire la nostra voce.

I Centri antiviolenza che da oltre vent’anni operano in Italia, riconosciuti come luoghi di buone pratiche per fronteggiare il fenomeno della violenza contro le donne, non possono essere liquidati con quattro soldi. La storica esperienza e competenza di questi luoghi deve rappresentare un punto di partenza per tutti.

La distribuzione dei fondi non è chiara, temiamo che siano distribuiti con criteri “politici” disperdendo le già scarse risorse messe in campo.

E’ evidente che i Centri, che da oltre vent’anni lavorano in Italia con le donne, finiranno per avere finanziamenti irrisori mentre si cerca di creare un sistema parallelo di centri istituzionali con competenze improvvisate le cui procedure ancora “ingessate” in rigidi criteri burocratici, non saranno in grado di rispondere alle domande delle donne vittime di violenza. In particolare: anonimato, ascolto competente e privo di giudizio, rispetto della loro volontà.

La storica esperienza e competenza dei luoghi di donne deve rappresentare il punto di partenza per le istituzioni per costruire una politica che guardi all’esperienza nata dai Centri Antiviolenza, riconoscendone tutto il valore in quanto luoghi di libertà e autodeterminazione delle donne. Nei centri istituzionali c’è il rischio che prevalga la burocrazia, gli aspetti giudicanti e formalizzati, che non garantiscono l’anonimato e l’ascolto dei desideri della donna, rispettandone i tempi e le scelte.

Non a caso la Convenzione di Istanbul individua nelle Associazioni di Donne il luogo privilegiato di risposta al fenomeno in quanto portatrici di una forte motivazione e capaci di mettere in campo iniziative utili ad un cambiamento

I Centri Antiviolenza ritengono che la generica modalità di impiego delle risorse economiche indicate dal piano di ripartizione dei fondi, non solo non porti alcun cambiamento nelle pratiche dei servizi e di conseguenza nella cultura sociale ma al contrario si incrementi il rischio per le donne che subiscono violenza e che decidono di allontanarsene di non essere sostenute adeguatamente.

I centri antiviolenza chiedono

• che i criteri di riparto dei finanziamenti siano ridiscussi e condivisi con i centri antiviolenza nel rispetto delle raccomandazioni europee.
• che i centri antiviolenza pubblici siano, in questa prima fase, esclusi dal riparto dei fondi: la Convenzione di Istanbul che entrerà in vigore il 1° agosto, sostiene che i governi devono privilegiare le azioni dei centri antiviolenza privati gestiti da donne in quanto servizi indipendenti.
• che nella distribuzione siano compresi solo i centri antiviolenza gestiti da realtà del privato sociale attive da almeno 5 anni e che il finanziamento premi maggiormente i centri antiviolenza che operano da più anni valutando i curricula, i progetti svolti e il tipo di intervento che garantiscono.
• Che ci sia una forte raccomandazione alle Regioni di utilizzare i finanziamenti in aggiunta ai quelli che le amministrazioni regionali dovranno stanziare.

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