Convenzione Artemisia-Cooplat: una fonte di reddito per rendere autonome le donne e riaccompagnarle alla vita.

Un accordo al quale ci auguriamo ne seguano tanti altri. Perchè senza lavoro non c’è autonomia e libertà di scelta.

La Repubblica – Firenze

22 giugno

Un lavoro per le donne salvate da Artemisia In fuga da maltrattamenti e abusi spesso devono lasciare casa e occupazione per non essere ritrovate Ora Cooplat promette di trovare loro un posto che assicuri uno stipendio e un ritorno alla vita normale

SIMONA POLI

«È una convenzione che abbiamo fatto insieme ad Artemisia con l’obiettivo di creare un’opportunità di reinserimento per queste donne», spiega il presidente di Cooplat Fabrizio Frizzi. «Noi abbiamo molta manodopera da impiegare nei vari settori di intervento, dall’igiene urbana e il verde pubblico alla pulizia fino al portierato e al call center. Non mancheranno le possibilità per dare occupazione alle persone che Artemisia ci segnalerà, spiegandoci le loro specifiche esigenze e le loro attitudini». A seguire l’intesa per Artemisia sarà la vicepresidente Anna Bainotti. «In vent’anni di attività abbiamo ricevuto 11.163 richieste di aiuto da parte di vittime di abusi e violenze sessuali, di queste 2.340 arrivavano da bambini. Un’esperienza vastissima, che ci ha insegnato a capire come moltissime donne rimangano prigioniere dei loro aguzzini proprio perché non hanno un lavoro e una fonte di reddito autonoma che permetta di mantenere se stesse e i figli, che vengono abbandonati dai loro compagni». Oltre al centro antiviolenza aperto nel ’95, Artemisia gestisce due case rifugio in cui le donne vivono protette dall’anonimato e riescono a sfuggire ai loro persecutori. «Il problema della mancanza di un impiego accomuna italiane e straniere, non ci sono differenze. Il lavoro è il ritorno alla vita, il primo passo per la rinascita». Il progetto parte proprio in questi giorni, l’accordo verrà firmato venerdì prossimo nella Villa medicea di Castello dove alle 10 Cooplat presenta il suo bilancio. Un’attività in attivo, i conti chiudono il 2013 con un utile di 550 mila euro e un milione e 400mila messi nei fondi. In Italia la cooperativa, fondata a Firenze nel 1946, ha oltre tremilacento addetti, di cui 1.700 soci, in Toscana il fulcro produttivo con 1.200 tra dipendenti e associati, il fatturato nazionale supera gli 85 milioni. Recentemente la cooperativa si occupa anche di raccolta dei rifiuti nell’Ato 5, saranno posti di lavoro in più. «Abbiamo un ampio turn over», spiega Frizzi, «d’estate si apre anche la possibilità delle sostituzioni ferie, gli orari per le donne di Artemisia saranno flessibili, abbiamo già tanti addetti part time e poi in questo caso i turni non c’entrano, qui si tratta di aiutare queste persone a ritrovare serenità e fiducia. Molte hanno figli piccoli, anche di questo bisognerà tenere conto, massima elasticità da ogni punto di vista. Se alcune di loro saranno straniere ci occuperemo del problema della lingua, troveremo occupazioni adatte a chi parla ancora poco e male l’italiano ». Cooplat si è già occupata dei lavoratori immigrati: «Stiamo svolgendo un’indagine proprio sulle donne immigrate nelle province di Arezzo, Siena e Firenze, vengono soprattutto dall’Africa, lo studio è patrocinato dalla Scuola Sant’Anna di Pisa, lo presenteremo a ottobre». Artemisia investe molto sull’accordo con Cooplat. «Il reinserimento darà alle donne l’opportunità di riappropriarsi di competenze che sono state danneggiate o non coltivate negli anni delle violenze, anche dal punto psicologico questo recupero è vitale », spiega ancora Anna Bainotti. «In particolare le ospiti immigrate delle nostre case hanno bisogno di trovare quel sostegno che non ottengono dalle famiglie lontane e spesso neppure dalle loro comunità di appartenenza. Tornare ad essere autonome le fa sentire di nuovo persone intere, io ho visto con i miei occhi la loro forza, chi ha sopportato e superato certe prove orribili non è una persona fragile ma solo una persona ferita. Spero che questo sia l’inizio di una serie di collaborazione con altre cooperative ed altre aziende sensibili al problema. Non voglio più ascoltare una donna che mi dice “devo stare a casa a prendere le botte perché sennò non so come dare da mangiare a mio figlio”, basta». Basta

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